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giovedì 3 settembre 2015

Farina e pasta di Kamut: le bugie nel carrello?

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Metà della produzione globale di Kamut ® consumata in Italia. Ma sappiamo cos’è?

Il Kamut® non è un tipo di cereale, ma un marchio. E il primo mito da sfatare è che sia adatto all’alimentazione dei celiaci: non è vero, contiene glutine. Il successo avuto da questo prodotto è accompagnato da una mole sempre più vasta d’informazioni che spesso non rispecchiano la realtà, o per lo meno non del tutto.
La Kamut international nasce alla fine degli anni ’80 in Montana, quando Bob Quinn iniziò a commercializzare i prodotti di una varietà di cereale (detta grano Khorasan) alla quale aveva dato un nome nuovo di zecca: Kamut® appunto, che dovrebbe significare grano in egiziano antico, con due piramidi come simbolo. Si tenta così di far passare il concetto che sia lo stesso coltivato ai tempi dei faraoni, anche se, come raccontato da Dario Bressanini nel libro “Le bugie nel carrello”, «il grano orientale o grano Khorasan viene dal nome della provincia dell’Iran dove ancora oggi si coltiva […] ed è stato descritto per la prima volta nella letteratura scientifica nel 1921 anche se alcuni accenni si trovano già nel secolo precedente».
Chiunque può piantare la stessa varietà di grano, ma non può commercializzarla con quel nome. Non c’è da stupirsi, racconta sempre Bressanini, perché «è da tempo che i vegetali si brevettano, almeno nei paesi occidentali, il che conferisce al titolare una serie di diritti esclusivi per un periodo limitato, solitamente inferiore ai vent’anni». Il passo avanti è stato fatto «associando quel tipo di grano a un marchio registrato, che non scade mai, garantendosi a tutti gli effetti un monopolio perenne».
Ma ci sono altri aspetti che stonano nell’invasione di massa del Kamut®. Innanzitutto il prezzo alto, circa 3 o 4 euro al chilo rispetto all’euro scarso di altre farine di grano duro. Inoltre, ad esempio secondo uno studio condotto dalle Università di Firenze e Bologna, sembra che il consumo di prodotti a base di farina Khorasan migliori le capacità antiossidanti dell’organismo riducendo glicemia e colesterolo. Ma, come ha spiegato la dottoressa Laura Rossi, ricercatrice del CRA a Ilsalvagente.it: «Si tratta di uno studio che ha scarsa applicabilità di salute pubblica». Il riferimento è al fatto che sia stato portato avanti facendo assumere ai volontari esclusivamente prodotti a base di farina di Kamut®, dalla pasta al pane, passando per biscotti e altri prodotti. «Il Khorasan – ha continuato – non è una panacea, ma semplicemente una varietà di grano; contiene sostanzialmente gli stessi principi nutritivi: è la produzione biologica che ne fa un prodotto differente». Ma se gli alimenti biologici sono un modo per salvaguardare l’ambiente, l’operazione rischia di essere vana se il prodotto deve essere trasportato da lontano e il 99% del Kamut® viene coltivato nelle grandi pianure americane del Montana e in Canada. Per arrivare in Europa deve attraversare l’Oceano e transitare dall’azienda belga Ostara, che ne detiene i diritti esclusivi per il vecchio continente. In tutto questo uno dei dati che dovrebbe far riflettere è che circa il 50% della produzione mondiale è assorbita proprio dall’Italia.
Nel nostro Paese si coltiva da tempo, in una zona compresa tra la Lucania il Sannio e l’Abruzzo, una varietà di grano Khorasan chiamato grano Saragolla. Ma a chi interessa un grano tradizionale a km 0, quando nel negozio bio sotto casa posso trovare a prezzi spropositati il grano che arriva dall’America e che tutti dicono essere quello degli antichi faraoni?
Le Bugie nel Carrello
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mercoledì 2 settembre 2015

Abitare in una casa tra gli alberi: nel canavese...

Un villaggio di case sugli alberi in Piemonte è in continua espansione  

Un intero villaggio che vive sugli alberi di castagno sui Monti Pelati nel Canavese che coniuga perfettamente vita nella natura, sviluppo sostenibile e i comfort della modernità.
Piccola, di legno e sostenibile, la casa sull’albero è il rifugio in cui vivere una vita tranquilla e a contatto con la natura, una vita in cui non si deve correre e non si deve rincorrere.
Un progetto di vita che è il desiderio di molti, vivere liberi e in simbiosi con la natura pura e semplice è la sfida che si sono proposti di affrontare gli abitanti di questa piccola comunità nata in un bosco di latifoglie.

In Piemonte, il sogno della casa sull’albero è diventato realtà. A sette metri di altezza ecco le casette a un piano unico, di legno e con le pareti ricamate da decorazioni lignee, dove vivono 12 adulti e una bambina di un anno. Immersi tra i boschi dei Monti Pelati hanno creato il  primo villaggio ‘arboricolo’ di Italia. Le case, realizzate con le più innovative tecniche di bioedilizia, si integrano perfettamente alla natura e sono costruite utilizzando quanto più possibile materiali del bosco o materiali riciclati, e sorgono tutte sugli alberi di castagno ad un’altezza di 6-7 metri, supportate da grosse travi di legno, in stile vecchia palafitta.«Non siamo “figli dei fiori” o delusi della società e tanto meno eremiti», spiega Dario, papà di Galatea. E a conferma delle parole arriva il mestiere: Dario fa il manager e dirige la sua azienda che importa in Italia rum cubano. «Volevamo solo recuperare una vita che tutti noi sentivamo di perdere nelle nostre città. Qui noi non sopravviviamo, qui riusciamo a vivere più intensamente».  Molti lavorano lontano ma la sera tornano sui loro alberi.

 

Ognuno qua si costruisce il proprio “nido” con non poca fatica. È il caso di Elisabeth, che da mesi si sta dedicando alla sua casa, con l’aiuto del resto degli arboricoli. È la più grande e spaziosa del villaggio, con tre piani e includerà anche un piccolo osservatorio che lambirà le sommità delle chiome. La poesia in questo lascia spazio alla vera fatica: «Servono carrucole, corde, volontà e buone braccia», spiega Elisabeth, intenta a issare le travi che serviranno per il terzo piano, «il resto, ce lo offre il bosco e la moderna tecnologia, come i materiali utilizzati per coibentare le pareti delle case contro il freddo». 

Un vero e proprio lavoro d’ingegneria, che è il risultato della loro esperienza e dello studio delle case già costruite in giro per l’Europa. «Da tempo cercavamo un posto così», dice Angelo, indicandoci la sua casa esagonale a due piani, con tanto di accogliente bagno, studio e camera da letto, «finalmente abbiamo trovato quello che volevamo e ci abbiamo messo radici. Il peso delle case non può essere sostenuto da tronchi giovani che non superano la quarantina d’anni; così usiamo travi di otto metri che pesano anche cinque quintali, poggiate su grossi massi e piantate accanto ai castagni».

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Il risultato è un perfetto equilibrio di forme, con la massima attenzione e cura per l’ambiente circostante: «Inutile dire che, per noi tutti, il rispetto per l’ecosistema bosco è vitale, importantissimo», sottolinea Dario mentre ci offre un sorso del suo rum cubano. Bosco che sembra accettare bene i suoi inquilini: «Fino a due anni fa, questa zona che ci circonda», spiega Maria Pia, «era impoverita dall’eccessivo sfruttamento forestale. Ma rispettando l’ambiente, il numero delle specie vegetali, dagli alberi alla erbe spontanee, sta pian piano crescendo e la natura ritrova così il suo equilibrio».

Il progetto e la realizzazione delle prime case risalgono al 2002, ma il villaggio è in continua espansione. Per arrivarci si percorre in auto una stretta strada di montagna, prima di imboccare un sentiero dove si procede a piedi. Il primo a raccontare la storia di questi abitanti dei boschi è stato il giornalista Antonio Gregolin, autore di un bel reportage pubblicato su XL di Repubblica.

Gli abitanti  sono manager, farmacisti, biologi, infermieri, orafi e ricercatori, e a differenza di chi potrebbe pensare che sono degli eremiti, ogni giorno si spostano per andare nei loro rispettivi posti di lavoro, per poi la sera fare ritorno nel loro piccolo mondo, dove il grande spirito di adattamento e il sacrifcio, viene ripagato con l’esperienza unica di vivere sugli alberi a strettissimo contatto con la natura. L’ora del pranzo viene comunicata a tutti i componenti della comunità con il suono di una conchiglia, e tutti si riuniscono per mangiare in uno scenario del tutto esclusivo e spettacolare.

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Tra le case sugli alberi del villaggio piemontese, niente strade di asfalto, ma ponti e passerelle di legno sospese, che permettono di non scendere mai a terra per spostarsi da un punto all’altro del villaggio. Ad essere sospeso in aria è quindi l’intero villaggio, i cui abitanti, nonostante l’altezza e l’insolita abitazione non rinunciano alle comodità e alla tecnologia. Chi abita la casa sull’albero, infatti, non si fa mancare telefonino, computer e internet. Nella vita di tutti i giorni il principio fondamentale è il rispetto dell’eco-sistema, dettato da un profondo amore per la madre-natura, che ha saputo offrire a questi arboricoli ciò che non riuscivano a ottenere in città: pace, relax e silenzio.


martedì 1 settembre 2015

Spiegatemi: i vostri bambini fate punture che....





DUNQUE...
AI VOSTRI BAMBINI FATE PUNTURE CHE CONTENGONO
ALLUMINIO, FORMALDEIDE E MERCURIO....
E POI LI CURATE TRATTANDOLI PER MALATTIE MENTALI?!



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lunedì 31 agosto 2015

Coincidenza! La Coca-Cola sponsorizza scienziati che dicono che una dieta di bassa qualità non causa obesità

Untitled (156)
trad.:
La DIET COKE ti fa ingrassare?
Fa freddo in un cubetto di ghiaccio??...


‘La Coca-Cola ha pompato milioni di dollari per la sponsorizzazione di una nuova no-profit, che afferma che c'è una "forte evidenza"  che la causa della obesità è la mancanza di esercizio fisico e non una dieta di scarsa qualità

La Coke, produttrice di bibite zuccherate e di soda , leader mondiale, ha pesantemente investito  nel Global Energy Balance Network, una no prifit alla cui guida c'è un gruppo di scienziati universitari  a cui la Coke ha offerto 4 milioni di dollari per sponsorizzare una serie di progetti di ricerca, questo secondo il New York Times.

Per fermare l'aumento di peso non servirebbe una dieta ma piuttosto “mantenere uno stile di vita attivo e mangiare meno calorie ” ha detto il gruppo sul suo sito . La prova del gruppo per questa affermazione fa riferimento a due documentazioni di ricerca che terminano entrambe con la stessa nota a piè di pagina:
“la pubblicazione di questo articolo è stata sostenuta dalla Coca-Cola Company.”’


fonte: http://www.rt.com/usa/312102-coca-cola-scientists-obesity/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=RSS